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Festeggiare san Rocco; ovvero il desiderio di essere veri, umani, come Dio.
Festeggiare san Rocco; ovvero il desiderio di essere veri, umani, come Dio.

Festeggiare san Rocco; ovvero il desiderio di essere veri, umani, come Dio.

La festa di san Rocco è occasione per tutti noi per ridirci ciò che ci appassiona e ci accomuna e proprio per questo ci mette nella condizione di fare festa insieme.

Ricordiamo una persona “santa”, fieri ne portiamo l’effigie in giro per le nostre strade,  alla sua intercessione affidiamo le nostre suppliche, non esitiamo a mostrarci a tutti come amici e devoti.  Perché?

Guardiamo alla sua esistenza terrena e ne rimaniamo stupiti, meravigliati: un grande, diremmo. Esaltiamo giustamente il suo farsi prossimo agli ultimi, ai reietti, ai dimenticati, così come rivediamo in lui l’attualizzazione del gesto del prendersi cura del malcapitato del Vangelo.

Così facendo, però, ci limitiamo a incorniciare i gesti, gli episodi,  senza andare alla radice: con il grande rischio di ridurre l’impegno cristiano a gesti di carità o all’atto di scandalizzarsi quando sono gli altri che non operano con carità, almeno secondo i nostri criteri.  Cadendo così nella trappola della visibilità, autostrada dell’ipocrisia: ciò che viene gridato ci attrae, e pensiamo di risolvere la questione gridando anche noi sdegno e compassione.

I grandi, i cristiani, i santi, chi ama veramente non ricerca il clamore ma l’intimità con l’amato: ecco cosa sostiene la vita santa di Rocco da Montpellier.

Anche lui avrà letto di Gesù che sì moltiplica i pani, ma poi quando vengono per farlo re se ne scappa per stare solo sul monte a pregare e “ordina” ai discepoli di smammare… altro che clamore! L’unico “spettacolo” (teoria) offerto è quello del Calvario: ad assistere sono in pochi, nessun applauso, qualche ingiuria e alcuni che vanno via battendosi il petto.

San Rocco muore in carcere ingiustamente e senza far rumore: ciò intenerisce il cuore e suscita sentimenti di rabbia dentro di noi, ma è in realtà il compimento della cristificazione per libera scelta della sua vita. Essere capace di amare anche quando l’altro non è amabile e anche quando non si è compresi. E’ il vertice del cammino del credente.

Il concetto di “manifestazione” inteso come trionfo della visibilità al fine di ostentare il proprio potere e il successo personale pensando di stupire gli sguardi della folla con un abbigliamento intonato a figuranti di cortei storici, ebbene tutto questo non ha nulla a che vedere con l’Epifania che il credente è chiamato a meditare in ginocchio per poi poterla vivere in prima persona. Il santo, la statua rischiano di diventare strumento per “portarsi” in processione, per “farsi” una processione. Ci vuole davvero poco per passare dal “lodare Dio” al “lordare Dio”, dal servire al servirsi, dal lavare i piedi gli uni gli altri al farsi le scarpe gli uni gli altri.

Di qui l’esigenza di spazi di silenzio e meditazione per lasciarci interrogare dagli eventi che, benchè festosi e ammantati di orpelli che possono essere fuorvianti, nascono dalla scommessa (vinta) di fede nel Dio di Gesù Cristo dei santi di un tempo passato e hanno come finalità quella di ravvivare il coraggio di credere nello stesso Dio di quanti sono chiamati ad essere “santi” oggi.

Ecco, parlare di santità come appello ad una vita santa nei giorni della festa di san Rocco può sembrare una bestemmia: sono tante le cose da fare e a cui pensare… Eppure la santità racchiude in sè l’essenza di una vita autentica, il compimento di quel desiderio che è all’origine di ogni persona, fatta “ad immagine somigliante di Dio”.

Santa è la persona che ha fatto l’esperienza dell’intimità con la divinità, ne ha sperimentato la passione d’amore e fa della sua vita lo strumento per effondere il profumo di Dio. San Paolo parla di sè come di un “vaso di elezione”. Come il profumo inonda di essenze piacevoli l’aria che l’altro respira, così il santo è colui che rende presente nel tempo la bellezza di Dio sperimentata e che trasforma tutte le dimensioni del proprio vivere: cuore, bocca e mani.

A noi viene chiesto di osare, di osare il rischio di metterci alla scuola di Dio, non del Dio dei filosofi, dei benpensanti o delle religioni, ma del Dio fatto vedere da Gesù Cristo e che costituisce la presenza silenziosa che ha comandato e armonizzato la scommessa vissuta da San Rocco: vivere di Bibbia, avendo come maestro Cristo,  per diventare scandalo per i dotti benpensanti  e segno della presenza di Dio per l’altro.

Perché pellegrino, “migrante” come lo si invoca nei canti popolari? Il migrante è lo statuto di Abramo, nostro padre nella fede. Migrante si autodefinisce Gesù: le volpi hanno le loro tane, gli uccelli del cielo i loro nidi; il Figlio dell’uomo non ha un posto dove poggiare il capo… Migranti sono visti i credenti dall’autore della Lettera a Diogneto: sono nel mondo, ma non sono del mondo…

Ebbene, il migrante pone due ordini di problemi: da dove viene? Quali sono i suoi diritti? Infatti quando incontriamo una persona sconosciuta o “nuova” chiediamo sempre “di chi sei figlio?”, “a chi appartieni?”. Questo perché dobbiamo rilevare la vicinanza o la distanza, la parentela o la estraneità: insomma, di fronte all’altro dobbiamo decidere se accoglierlo perché parente anche lontano o se lasciarlo andare, abbandonarlo o cacciarlo. La solidarietà scatta se ha una ragione, un fondamento; altrimenti si rimane in una posizione di difesa, proprio perchè l’altro è uno straniero, estraneo, senza alcun diritto.

Si comprende quindi che il migrante pone con la sua presenza il problema della sua provenienza: da dove è uscito fuori? E soprattutto pone il problema del diritto a stare nella mia “confort zone”, nella “mia” terra.

Se osiamo fermarci a riflettere serenamente e senza pregiudizi ci accorgiamo che il migrante non è altro che un punto interrogativo  spiattellatoci in faccia; un  “perché “ che interpella il “residente” e porta a ripristinare il primato di Dio! Il migrante mi interroga se credo o non credo in Dio! Chi è l’altro, lo straniero, lo sconosciuto? È figlio di Dio, quindi mio fratello!  La gioia di un padre, di una madre è vedere che il proprio amore si traduce nel prendersi cura dell’altro che non è estraneo, ma fratello. Dio non chiede amore per sé, auspica che il suo amore, la sua grazia spinga ad amare con la stessa forza lo straniero, che è suo figlio e quindi mio fratello. Tutto qui il cristianesimo.

Ecco la grandezza di san Rocco: facendosi pellegrino interpella a vivere l’altro come fratello, sempre. Non solo quando mi può essere utile (per i lavori nei campi, o per alimentare i fondi pensione o per tenere aperte le scuole nei nostri piccoli centri) o quando le sue disgrazie sono occasioni da non perdere per crescere in visibilità. San Rocco non è stato “episodico” nella sua testimonianza di fede: è stato un tutt’uno col suo desiderio di Dio. L’amore episodico è dilettantistico: serve a chi lo fa, non a chi lo riceve. Così come la solidarietà dei nostri tempi: una formalità per salvare la faccia a vantaggio di telecamere e giornali: poi, ognuno ritorna a curare le proprie priorità. Quanta differenza con la solidarietà vissuta da san Rocco a imitazione del samaritano: si ferma, scende da cavallo, si avvicina , lo carica (quindi si impregna della puzza del malcapitato e continua il cammino a piedi) lo fa curare e si preoccupa anche del dopo assicurando di essere disponibile a pagare il dovuto al locandiere. E sparisce. Non aspetta il risveglio per sentirsi sussurrare un “grazie”.

Il vero leader entra in punta di piedi nella vita dell’altro, la rende bella e sparisce senza aspettarsi gratitudine!

In questi giorni ricorre il 64° compleanno della parrocchia, istituita il 15 agosto 1962. Cosa augurarci se non il coraggio di vivere il vangelo, e solo il vangelo, senza alcuna aggiunta o sottrazione? E il vangelo non è una dottrina: è una Persona con cui familiarizzare e alla cui scuola imparare a fare della vita un’avventura stupenda, divenendo così un punto interrogativo per l’uomo del nostro tempo. Proprio come lo è stato e lo è san Rocco: si è rivestito dei sentimenti di Cristo portando il profumo di Gesù nell’incontro con l’altro, riconosciuto e servito perchè figlio di Dio e quindi banco di prova dell’autenticità del mio pregare il “Padre nostro”.

Nel nostro tempo il migrante è diventato un problema: non si parla che di confini, di respingimenti, di regolari o irregolari, e si ricorre persino a neologismi quali “remigrazione”. Eppure siamo un continente che ha le sue radici nell’ebraismo e nel cristianesimo, siamo impregnati di una cultura che ha in Ulisse ed Enea e Abramo eroi “migranti”. Noi stessi, italiani, siamo stati migranti. A volte sovviene il triste pensiero di aver perso la memoria delle radici: ci siamo ubriacati di noi stessi dimenticando chi siamo, da dove veniamo e a cosa siamo chiamati. L’oblio della memoria può oscurare la bellezza della vita rendendo insignificante ogni progresso scientifico e tecnologico: a che serve stare bene in pochi se poi l’altro viene non riconosciuto come simile e scacciato in malo modo? Da soli non ci si salva; siamo esseri di bisogno, ma non di cose: dell’unico bene che ci restituisce il fondamento della gioia di vivere. E’ l’altro, il diverso, lo straniero il campo in cui giocare la nostra partita per vincere la tentazione del corto circuito esistenziale e testimoniare che siamo stati equipaggiati per accogliere e abbracciare, perchè il Dio dei popoli è accoglienza e abbraccio.

È bello festeggiare San Rocco, perché è bello pensare che il Vangelo può rendere bella anche la nostra vita, se accettiamo di camminare il tempo sapendo di essere tutti viatori verso Dio, bellezza estrema.

Pellegrino, prossimo agli ultimi noncurante della sua incolumità, emarginato perché appestato, nutrito di pane grazie a un cane, morto in carcere. Santo. Perché? Forse (!) perché viveva il tempo e lo spazio come “luogo” per significare il suo essere “desiderio di Dio”. La santità è un segreto, un privilegio o un appello ad essere “umani”?

Buona festa a tutti!

mimì

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