Una riflessione agrodolce sulla stagione che viviamo, tra Maga, crisi del diritto e legge del più forte.
In questo periodo di crisi sono tante le voci che si alzano per richiamare tutti a ristabilire il senso dell’essere umani e ad affrontare seriamente la sfida dello stare insieme.
I leader politici danno prova di scontata abile diplomazia finalizzata neanche tanto velatamente a tutelare i propri interessi (dimenticando spesso i valori fondamentali che sono alla base della propria storia); mentre i leader religiosi nel background dei loro appelli ben confezionati fanno i conti con la presa d’atto della mancanza di una classe politica espressione di una società con la coscienza “in-formata” di categorie quali “sviluppo integrale dell’uomo “ o “bene comune”.

È difficile ammetterlo, ma scontiamo il vuoto dovuto alla mancata o fallimentare o superficiale educazione ai valori nei decenni del benessere. Ci siamo preoccupati prevalentemente di apparire e mostrare (a chi?) di “esserci” non concentrandoci sull’essenziale: presentare Gesù ad ogni vivente al fine di offrire la possibilità di intessere con Lui una relazione amicale e vivificante tutti i moti del cuore umano.
La voglia di fare per farsi vedere è diabolica: apparentemente mette al centro nobili valori ma, in quanto episodica o legata al solo suscitare emozioni, agevola il successo mondano dei protagonisti. E così abbiamo avuto a che fare più con Guru che con maestri.
Una domanda scomoda, ma rivelatrice del sottile inganno che ci portiamo dentro: ammiriamo i nostri referenti religiosi perché? Perché si vantano di cercare di assomigliare a Gesù o perché sono performanti nel perseguire interessi mondani quali il benessere economico, la propria carriera, il politicamente corretto, l’essere “attraenti”? Il tutto sempre ben condito con abbigliamento rigoroso e farisaica andatura sul palcoscenico della religiosità.
Ci tocca ammettere che abbiamo una visione distorta del “grande”, del “vincente”: no, non è colui che prevale sugli altri, ma colui che vince la forza del peccato che è dentro di sé. Vincente è Cristo sul peccato e sulla morte, vincente è il cristiano che fa della vitalità di Cristo donata in modo efficace nel battesimo il segreto per il combattimento interiore contro la tentazione di sostituirsi a Dio dimenticando di essere figlio amato. Vincente, grande è chi con il suo comportamento diventa un punto interrogativo per chi lo guarda e un chiaro segnale che indica Cristo per quanti ne godono l’amicizia.
La guerra e il disordine di questi tempi sono la cartina di tornasole della sostanziale dimenticanza di Dio.
Meno male che Dio non si dimentica dell’umanità! Sorregge comunque la considerazione della tradizione ebraica secondo la quale Dio salva sempre questo mondo da Lui amato grazie ai pochi “giusti” che non sanno di essere tali e che non si conoscono neanche tra loro; così come è viva la certezza della fedeltà del buon Dio alle sue promesse: “andate, fate discepoli, battezzate,… io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine del mondo.”
Concludo con due provocazioni.
- Un antico adagio invita a riflettere sul fatto che la Scrittura cresce grazie e insieme al lettore. Ne evinco l’importanza delle comunità nel far crescere i leader, i responsabili. Gli applausi, i complimenti galvanizzano mettendo spesso in primo piano le performance; le critiche, i suggerimenti aiutano a crescere nella familiarità con il Maestro perché inducono a interrogarsi sulla propria identità. Con i leader, con i capi, con quanti si atteggiano a guida di una comunità bisogna essere esigenti se veramente li si vuol vedere capaci di assomigliare al Maestro: non compiacenti o indifferenti.
- Come andare avanti? Senza andare a scomodare il Paradiso alla ricerca di una indicazione, mi fermo a considerare a grandi linee l’esperienza che accomuna San Paolo, San Francesco d’Assisi e sant’Ignazio di Loyola: l’aver perso la testa per Gesù e, di conseguenza, tutto considerare come spazzatura in confronto alla conoscenza di Cristo. È Gesù il nostro catechismo. San Francesco voleva come regola il Vangelo “sine ulla glossa”.
Abbiamo dinanzi una grande sfida: rioccupare lo spazio della formazione delle coscienze offrendo non idee o sistemi funzionanti in teoria (così si atteggiano i malati di mente) ma parlando al mondo di una Persona, che con la sua vita ha dimostrato che ha a cuore il desiderio di fare di ogni esistenza un capolavoro. Solo qui il desiderio di Dio e quello di ogni persona si incontrano: vivere il primato della gioia realizzando in pienezza l’essere dono per gli altri e prendendosi cura del dono che l’altro è per sè. Pare poco?
mimì
